Nel 1945 l'Italia era stata liberata dai partigiani e dalle forze alleate.
Era, dunque, una situazione di grande emergenza che andava affrontata con strumenti immediati, efficaci ed incisivi. Gli interventi dello Stato, nonostante fosse appena uscito dalla guerra mondiale, furono molti: blocco dei licenziamenti, incentivazione ai lavori pubblici, agevolazioni fiscali per le costruzioni edilizie e finanziamento per ricostruire case ed edifici pubblici. A rendere il fenomeno della disoccupazione in Italia ben più preoccupante che in altri paesi europei contribuiva, inoltre, l'aumento della popolazione che era cresciuta, negli ultimi anni, di oltre cinque milioni.
A causa di questa grande spinta demografica la domanda di alloggi rimaneva elevatissima: una famiglia su dieci mancava di casa e viveva in baracche o in campi profughi, in condizioni antigieniche senza acqua potabile e servizi. A Roma la popolazione residente era passata da circa 1.155.700 abitanti nel 1936 a 1.651.750 nel 1951. Nei quindici anni del dopoguerra immigrarono oltre 360.000 persone e, nel 1960, Roma raggiunse i due milioni di residenti. Al censimento del 1951 risultò che il 6,6 % delle abitazioni erano baracche, grotte, sottoscala e che il 21,9% delle famiglie viveva in coabitazione. I 106.497 alloggi indicati come mancanti nel censimento del 1951 corrispondevano già ad un impegno superiore ai 250 miliardi. In questa situazione gli organi preposti all'edilizia statale, quale l'Istituto Autonomo Case Popolari, si dimostrarono assolutamente inadeguati.