Qui sono riportate una serie di testimonianze raccolte dai ragazzi a persone che hanno vissuto nel Borghetto Latino o in altri borghetti o in zone limitrofe, negli anni del secondo dopoguerra.
Giulio, 77 anni - Roma
Abitavo in una casa del 600 su un terreno fino a qualche tempo fa occupato da un orto vicino alle catacombe di Santa Domitilla. Eravamo due famiglie, quella mia era composta da sette persone l'altra da sette, anche se non ricordo bene.
Vicino alla nostra casa esisteva un gruppo di baracche situate a Tormarancia dove si vedeva un forte grado di povertà. Nonostante la povertà e le difficoltà che si trovavano ad affrontare giornalmente gli abitanti delle baracche è sempre prevalsa una forma di dignità e collaborazione tra i nuclei familiari, ma non era facile avere cooperazione soprattutto nei momenti di difficoltà. Dove c'era grande povertà spesso c'erano dei casi di delinquenza e, quindi, si tendeva ad emarginare queste persone.
Chiara, 50 anni
Ho vissuto vicino al Borghetto Latino e per andare alla scuola elementare passavo il tratto della Via Latina occupata da una parte delle baracche del Borghetto che noi chiamavamo "casette".
Passando per là ci si poteva rendere conto di come era la vita all'interno delle baracche. Dalle porte aperte si poteva vedere all'interno una stanza con i "letti" accostati alle pareti a volte separato dal resto della stanza da una tenda . Non c'era ne' acqua ne' gas ne' luce e si cucinava con una bomboletta di gas. L'acqua veniva presa alla fontanella e avevano lampade ad olio e a petrolio.
Le donne si occupavano dei figli più piccoli e dell'organizzazione della "casa". Gli uomini andavano a cercare un lavoro come braccianti operai o manovali. I bambini andavano a scuola ma al massimo fino alla scuola media, perché dopo dovevano andare a lavorare per aiutare i genitori e guadagnare soldi per mantenere la famiglia.
A noi veniva detto di non passare per le casette ma di fare il giro largo, c'era paura delle persone che ci vivevano.
Mario, 80 anni -Anagni
Ho vissuto in una baracca del Borghetto Latino vicino al Fosso dei Cessati Spiriti. Ci ho vissuto per 20 anni. La mia casa era costruita con materiali rimediati qua e là. Infatti le mattonelle della piccola cucina erano tutte diverse. La casa era composta da 1 cucina e 1 camera da letto. Il bagno non c'era. Non c'era la luce elettrica, l'acqua veniva presa da un fontanile lì vicino. Vivevamo in quella casa io, mia moglie, 4 figli e mio suocero.
Le donne accudivano i figli, cucinavano, lavavano i panni; alcune andavano a fare le pulizie in qualche famiglia del quartiere. Gli uomini uscivano la mattina per andare a lavorare: lavori saltuari, giornalieri.
Tra le famiglie spesso ci si aiutava, ad esempio, ad aggiustare i tetti scoperchiati dal vento e dalla pioggia, a dare cibo a chi ne aveva meno.
Per lo più dagli abitanti del quartiere non eravamo ben visti: eravamo poveri, dovevamo arrangiarci e pensavano che portavamo sporcizia, malattie, che rubavamo! Ma noi abbiamo vissuto sempre con dignità, onestà e, soprattutto, coraggio.
Però c'erano anche alcune famiglie che ci aiutavano. Ci davano per esempio vestiti usati, coperte, vecchi elettrodomestici e cibo soprattutto durante le feste.
I lavori più diffusi erano quelli saltuari. Io, per esempio, la mattina presto prendevo la corriera per andare a Vermicino, da uno "sfasciacarrozze" oppure andavo in una falegnameria vicino a Tor Fiscale. Mi ricordo che quando lavoravo lì spesso noi lavoratori saltuari dovevamo scappare via perché arrivavano i vigili per controllare se c'erano lavoratori in nero. Oppure andavano ai mercati generali dell'Ostiense per scaricare la frutta. Al giorno si guadagnavano circa 1.000/1.500 lire.
La parrocchia del quartiere con il suo parroco ci ha sempre aiutato ed ha sensibilizzato i parrocchiani a non isolarci. Anche per questo soprattutto durante le feste ci arrivavano parecchi aiuti, da mangiare. Ci sono state tante promesse di aiuto da parte delle autorità, come quelle di darci una casa…ma sono passati tanti anni e le promesse non sono state mantenute. Io abbandonai il Borghetto per tornare nel mio paese natale.
Giuseppe, 83 anni - Roma
Ho abitato nel Borghetto Latino per 34 anni. Abitavo in una baracca senza porta con vetri rotti e non avevamo luce, per questo usavamo candele. Eravamo cinque persone più mia moglie. Non avevamo l'acqua ma non tanto distante c'era un fiume da cui prendevamo l'acqua. I preti ci aiutavano, qualche volta ci portavano il pane.
Io andavo a lavorare e guadagnavo poco per potermi permettere un'abbondante cena. Mia moglie prendeva l'acqua. Tra gli abitanti del Borghetto ci aiutavamo l'un l'altro. Dalle persone che abitavano nei palazzi vicini venivamo considerati da evitare a causa della nostra povertà.
Purtroppo anche quando io ero giovane non c'era per i giovani possibilità di studio perché per vivere bisognava lavorare. Noi non avevamo molta fiducia nel futuro perché non credevamo che prima o poi saremmo stati in condizioni di vita migliori.
Rosa
Ho vissuto nel Borghetto Latino per circa 40 anni poi, insieme a mio marito, ci siamo comprati una casa ma è stato molto difficile.
Abitavamo in quattro persone in casa, avevamo solo la luce però l'acqua l'andavamo a prendere alla fontana.
La vita si svolgeva molto male. Gli uomini andavano a lavorare, le donne stavano a casa e, se c'era bisogno, molte volte i bambini aiutavano anche loro.
Lo stipendio medio era di circa 100.000 lire a mala pena si arrivava alla fine del mese.
I ragazzi arrivavano alla quinta elementare poi servivano a casa e li mandavano a lavorare così portavano un po' di soldi a casa. Le chiese ci aiutavano molto e i rapporti tra le famiglie erano buoni, ci aiutavamo sempre.
Quando le baracche furono distrutte molti andarono ad abitare nella zona Laurentina.
Aurora , 78 anni - Roma, Quadraro
Ho vissuto nelle baracche per 13 anni. C'era una cucina e due stanzoni, dalla cucina si scendevano tre scalini e c'era la camera da pranzo, in fondo c'erano le camerette da letto. Eravamo dodici persone, avevamo sia luce che acqua.
Tra le famiglie c'erano pochi rapporti di amicizia, ognuno pensava un po' di più a se'. I lavori più diffusi erano gli operai e i manovali. Andai a lavorare a 12 anni e mi davano 1.000 lire al giorno, circa 30.000 lire al mese.
Solo le persone ricche potevano permettersi da andare oltre la scuola elementare.
Non si pensava molto al futuro, non si sapeva a cosa si andava incontro, il problema era arrivare al giorno dopo se qualcuno riusciva ad andarsene era solo per andare a fare il soldato.
Angela, 75 anni - Roma
Ho vissuto al borghetto Mandrione per 25 anni. Vivevamo in 7 persone in una casa, i miei genitori più 5 figli. La casa era molto piccola ed io e i miei fratelli vivevamo tutti insieme nella stessa stanza che in sostanza era anche la cucina e la camera da pranzo. Per il resto la casa era composta anche dal bagno e dalla camera da letto. Per fortuna avevamo la luce mentre per l'acqua all'inizio dovevamo arrangiarci poi mio padre ha fatto fare dei lavori a casa ed abbiamo avuto l'acqua.
La vita si svolgeva per la maggior parte del tempo all'esterno, si stava riuniti insieme ad altre persone della via.
I rapporti, pure difficili per le condizioni economiche erano molto buoni tra i nuclei familiari, esiste sempre una sorta di solidarietà tra le persone più bisognose.
I lavori più diffusi erano il fabbro, il muratore, i falegname, lo stracciarolo, il cascherino, l'arrotino Lo stipendio non era sufficiente per arrivare alla fine del mese, anche perchè la maggior parte dei nuclei familiari era molto numerosa.
Qualche volta mi ricordo che mia madre andò a chiedere aiuto al parroco per avere qualche abito usato.
Il rischio di malattie era sempre in agguato per le scarse condizioni igieniche dell'ambiente circostante ma potevamo usufruire dei servizi sanitari pubblici.
Quando le baracche furono distrutte la maggior parte delle persone sono state costrette ad andare a vivere all'estrema periferia.
Dario, 81 - Marche
Da giovane ho vissuto fino ai 30 anni in una baracca alla Garbatella, dove alla fine ho trovato anche un lavoro.
La casa, se cosi si può definire era piccola, sporca ed umida. Di solito ci abitava una famiglia composta da 4 o 5 persone. L'acqua ero solita trovarla nei pozzi. Mentre la luce era una cosa riservata ai ricchi. Nelle baracche i lavori si dividevano, infatti le donne stavano a casa mentre gli uomini andavano a lavorare.
Non c'erano buoni rapporti tra alcune case anche se devo dire che dopo un po' di tempo qualche amicizia si poteva fare. Lo scontento limitava la cooperazione tra le famiglie perché ognuna pensava a se stessa. I lavori più diffusi erano l'ombrellaio e lo stracciarolo. Lo stipendio mensile era di circa 6.000 lire. A volte era sufficiente anche se, a volte, non bastava. I più giovani andavano a lavorare con i genitori o a chiedere l'elemosina. Alcuni giovani che ho conosciuto speravano in un futuro migliore ma quasi tutti non avevano fiducia. Le chiese di quartiere davano spesso una mano ma tante volte non bastava.
Dalle istituzioni politiche eravamo trattati come oggetti e per loro eravamo dei problemi a quei tempi la politica dava ragione quasi sempre ai ricchi.
Poche persone riuscivano ad andarsene ed a fare fortuna ma molto spesso non si riusciva ad andar via. Quando distrussero le baracche molte persone andarono in alberghi o parchi.
Emilia, 69 anni - Campobasso
Abbiamo abitato nel Borghetto Latino per due anni, costretti a vivere nelle baracche per problemi economici. La mia casa era in Via del Borghetto Latino 172. Nel Borghetto abitavano circa 200 famiglie con cui avevamo rapporti normali. Eravamo tutti italiani anche se non tutti di Roma.
Nella mia "casa" c'era una cucina, una sala da pranzo ed un bagno.
I lavori più diffusi tra gli uomini era il cascherino, tra le donne la casalinga. Andavamo a scuola ma non frequentavamo mai gli altri bambini. Nonostante tutte le difficoltà ho un ricordo abbastanza felice di quel periodo.
Mario, 70 anni - Castel Vedere Provincia Avellino
Ho abitato nelle baracche per 20 anni, non avevamo la possibilità di vivere in appartamenti e sapevamo ciò che accadeva nel resto di Italia grazie alla radio e la situazione era critica ovunque. Noi avevamo la luce ma non l'acqua. Abitavamo in tre con una camera una cameretta e una cucina, il bagno era fuori.
Si guadagnava facendo ad esempio il cascherino, il ragazzo che porta il gelato e si potevano guadagnare trenta mila lire. I parroci ci aiutavano dandoci dei buoni pasto, erano molto gentili mentre non erano buoni i rapporti con chi abitava nei palazzi.
Nel Borghetto abitavamo in molti e quando le baracche furono distrutte vennero costruite delle case vicino o a centocelle e ce le assegnarono e naturalmente la vita migliorò.
Finella, 85 anni - Provincia di Teramo, Abruzzo
Ho abitato nelle baracche per 12 anni, c'era molta povertà e non si avevano soldi per comprarsi un appartamento. Fu la povertà la causa principale che ci portò a vivere nelle baracche. Conoscevamo la situazione dell'Italia grazie alla radio.
Non so di preciso quante persone o quante famiglie abitavano nel Borghetto so solo che eravamo tantissimi e per quanto riguarda il rapporto tra i nuclei familiari diciamo che ognuno si faceva gli affari suoi. Con chi abitava nei palazzi i rapporti non erano buoni perché ci consideravano inferiori.
Nella mia casa c'erano 2 camere, 1 bagno ed 1 cucina. La luce c'era ma l'acqua bisognava andarla a prendere alla fontana.
Molte di noi donne lavoravano a servizio delle persone che abitavano nei palazzi guadagnando solo 20.000 lire al mese. I ragazzi andavano a scuola ma frequentavano i ragazzi solo a scuola perché noi eravamo di ceto inferiore. La chiesa ci aiutava dandoci un aiuto economico ed anche morale.
Ho un ricordo felice di quegli anni perché c'era rispetto per tutti.
Vincenza, 75 anni - L'Aquila
Ho vissuto nel Borghetto Latino per 13 anni. Avevamo due camere e una cucina e, di fuori, un bagno. La casa purtroppo era piena di topi. La luce c'era ma l'acqua la dovevamo andare a prendere alla fontana. Il lavoro più diffuso era il cascherino ma la maggior parte della gente andava a lavorare dalle persone che abitavano nelle grandi case ad esempio andavano a pulire. Mio marito faceva il camionista e guadagnava 60 mila lire. Non c'erano molte malattie ma con tutta quella sporcizia c'era il rischio di prendersi il tifo.
Mangiavamo soprattutto minestra, frittata e verdura raccolta nel prato. Nel Borghetto vivevano italiani e parte delle baracche erano state fatte costruire da Mussolini per gli sfollati. Io non ho un bel ricordo di quel periodo, alla fine il Comune ci diede delle vere case e la nostra vita migliorò.
Giuseppe, 74 anni - Provincia di Palermo
Io ho vissuto nelle borgate latine per 10 anni. Le famiglie che abitavano nel borghetto erano almeno mille e tra i nuclei familiari c'erano buoni rapporti. Nella mia casa c'erano due camere e un bagno. Facevo il falegname e guadagnavo circa 30 mila lire al mese. Mangiavamo quasi tutto ma il pasto principale era la pasta. La parrocchia ci aiutava dandoci buoni pasto ed i preti erano molto gentili con noi. Alla fine dal comune ci furono assegnate delle case che portarono ad un gran miglioramento. Nonostante i momenti difficili che abbiamo dovuto affrontare conserviamo tuttora un bel ricordo di quel periodo.
Mario, 69 anni - Roma
Non ho mai abitato nel Borghetto Latino o in una realtà simile ma abitavo vicino. L'Italia usciva da una disastrosa guerra, soprattutto nel sud si viveva in condizioni economiche e sociali di estrema povertà. Le poche notizie si conoscevano tramite i racconti di famiglie che giungevano a Roma alla ricerca di un lavoro e di una casa.
Non so quante persone vi fossero. Posso soltanto confermare che l'agglomerato, con il passare del tempo, estendeva sempre di più la sua superficie. Esisteva una sola abitazione a due piani, definita per questo "La Villetta". I rapporti con le persone dei palazzi erano di estrema diffidenza. In tale agglomerato esistevano scoli di acqua maleodorante, a cielo aperto, tra le viuzze in terra. Soltanto i servizi sociali, con molto coraggio entravano dentro. Gli uomini svolgevano soprattutto lavori edili e le donne lavori domestici presso le famiglie del quartiere. Credo che i bambini iniziassero a lavorare già a dieci anni e lo stipendio medio degli adulti fosse da 10 a 20 mila lire al mese. Pochi frequentavano la chiesa che attraverso Monsignor Marcello Urilli, parroco di San Giovanni Battista De Rossi, forniva notevoli aiuti materiali (vestiario e cibo) e materiali.
Non so se le persone che abitavano nel Borghetto avevano modo di prendere parte alla vita politica so che la maggior parte di loro simpatizzava per il partito comunista italiano. Ricordo, da bambino, che uomini completamente ebbri dal vino bevuto inneggiando al suddetto partito, affermavano che sarebbero andati loro al governo. Pensai: "Povera Italia".
Quando le case del Borghetto furono distrutte i borgatari andarono a vivere nelle case fornite dal Comune di Roma in Via dei Cessati Spiriti o ad Ostia. Parecchi vendettero la loro nuova casa e si costruirono nuovamente una baracca per poi avere una nuova assegnazione.
Sergio, 62 anni - Roma
Innanzitutto non ho mai abitato nel borghetto Latino ma facevo parte della sezione del P.C.I. del quartiere dedicata ad A. Gramsci. Ogni mattina mi recavo al borghetto per distribuire il giornale "L' Unità". Infatti c' era una particolare attenzione alla vita politica: nel solo gruppo Gramsci c' erano 60 iscritti (tutti uomini ovviamente). L' affluenza alla messa era elevata soprattutto la domenica mattina quando una suora veniva a chiamare a raccolta i bambini per portarli a messa. Nel borghetto abitavano circa 500 famiglie che occupavano la zona della Caffarella a partire dalla scuola media "Carroll" fino ad arrivare davanti alla scuola elementare "Ada Negri". Nel borghetto Latino vi era una prevalenza di persone provenienti dal sud che parlavano prevalentemente in dialetto. L' istruzione dei ragazzi arrivava fino alla 5° elementare anche perché le famiglie numerose non potevano permettersi di comprare i libri per la scuola. Per questo, nel pomeriggio, gruppi di studenti universitari andavano a fare il doposcuola nel borghetto.
Le baracche erano di media dimensione, fatte con materiali scadenti e molto attaccate tra loro.
Nel quartiere dell' Appio Latino i rapporti con i borghettari erano di disprezzo reciproco. Ad esempio, quando si andava al cinema c' erano due entrate separate: una per gli abitanti del quartiere che andavano ai primi posti e un' altra per i borghettari che andavano a sedere agli ultimi posti.
La situazione di questi borghettari era sicuramente precaria; per questo, si decise di occupare alcune case disabitate del centro di Roma. Nel 1969 vennero occupate delle case situate in Via Cavour di proprietà del Vaticano. Tra l' ottobre e il novembre dello stesso anno vennero occupate le case al Colosseo e a S. Maria Maggiore. Fino a questo momento negli appartamenti abitavano varie famiglie e vi si viveva stretti. Per questo vennero organizzate altre nuove occupazioni a Via Prati dei Papa. Tra i borghettari vi furono molti scettici che rimasero nelle baracche finché il comune non li fece trasferire negli stabilimenti di Via Carlo Cipolla. In tutto, le ultime famiglie che rimasero nel borghetto furono 102 e, secondo me, furono le più fortunate perché ebbero una casa senza dover affrontare molti ostacoli.